9 Novembre Nov 2016 1846 09 novembre 2016

Finite le ansie dei viticoltori del Nord-Est

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L’autunno è la stagione dei bilanci in agricoltura. I vigneti sono ormai spogli delle uva raccolte con tempo buono e soleggiato, mentre in cantina è ancora frenetica l’attività di trasformazione e di vinificazione. Quindi un’altra annata viticola è ormai alle spalle. I viticoltori, finalmente, possono tirare un sospiro di sollievo, lasciando alle spalle molte ansie, che li hanno assillati per tutto il periodo primaverile del 2016.

Già, l’annata appena trascorsa si prefigurava come annus horribilis, in quanto straordinario e sorprendente, viste e considerate le condizioni climatiche dei mesi di maggio e di giugno. Alla fine, invece, il bilancio generale si è dimostrato abbastanza positivo per grande parte delle aziende viticole; in molti casi è invece risultato particolarmente negativo. Le ragioni di tali differenze sono state bene metabolizzate dai viticoltori e dai tecnici del settore, in quanto in ogni azienda e in ogni vigneto c’è stato modo di conoscere i rischi a cui si andava incontro in una annata difficile, in cui il meteo stagionale lasciava poco spazio a scelte imprenditoriali. Le condizioni meteorologiche sono state alquanto anomale rispetto alle aspettative dell’attuale ciclo climatico. È ormai risaputo che il clima “cambia”, ossia che è in continua evoluzione e che, rispetto al periodo antecedente agli anni novanta del secolo scorso, risulta molto più variabile ed imprevedibile, caratterizzandosi per il susseguirsi di fasi piuttosto lunghe di tempo piovoso con piogge abbondanti, alternate a fasi altrettanto prolungate con tempo asciutto e caldo. Quindi il clima della primavera ed estate 2016, ancor più rispetto ad altre annate, è stato il fattore dominante che ha determinato il bello ed il brutto dei processi fisiologici, produttivi e fitosanitari della viti. Fin dalle prime fasi fenologiche si poteva intuire che l’annata sarebbe risultata diversa rispetto al recente passato; in primo luogo era possibile prevedere che le vendemmie si sarebbero spostate in avanti di circa 10–15 giorni rispetto alle epoche di raccolta registrate negli ultimi anni.

Il lungo periodo fresco e piovoso di fine maggio e di giugno, epoca coincidente con la fioritura dell’uva, ha ritardato e mantenuto assai prolungato questa importante fase fenologica, determinando, in parte, difetti di allegagione, concretizzati con forti colature fiorali, accentuate acinellature. Queste conseguenze sono state quindi conteggiate alla vendemmia, avvenuta con un certo ritardo e con un calo di produzione, salvo il fatto di non trovarsi di fronte a varietà, come la Glera, che è risultata molto fertile e con elevato numero di grappoli.

I mali peggiori sono stati determinati dalle epidemie di peronospora e di mal dell’esca. Le vere complicazioni sono arrivate con le frequenti ed abbondanti piogge di maggio e, in modo particolare, di giugno, facendo registrare a Conegliano rispettivamente 13 e 18 giornate piovose, oltre 150 mm di pioggia e quasi 200 mm a giugno. Sebbene le prime infezioni di peronospora siano state segnalate con un certo ritardo rispetto sia al germogliamento, avvenuto nella media storica, che alle piogge, sparse ma pure intense di fine aprile e di metà maggio, le prime avvisaglie di epidemie in espansione giunsero verso fine maggio.

Il lungo periodo piovose che ne seguì mise a dura prova le aziende per difendere le viti dai continui e virulenti attacchi di Plasmopara viticola, annidata principalmente sui grappoli. Si innescò quindi una lotta senza fine contro il patogeno per contenere al meglio la malattia, che ha rappresentato il vero banco di prova per tutte le aziende.

Successi ed insuccessi!

È impossibile poter qui dare dettagliate spiegazioni sulla variabilità della situazione fitosanitaria emersa in generale nei vigneti del territorio. Sta il fatto che vari fattori agronomici hanno avuto la meglio: una giusta scelta degli antiperonosporici (sostanze attive, dosaggi, intervalli, loro sequenze, ecc.), brevi intervalli tra i trattamenti, ridotto spessore e compattezza della parete vegetativa da trattare, la regolare e completa copertura della vegetazione; all’opposto i problemi maggiori sono sorti ove i primi trattamenti sono stati eseguiti a filari alterni, a volte con mezzi mal tarati e con volumi di acqua inappropriati, velocità elevata di avanzamento delle macchine, i tempi di lavoro poco concilianti con le finestre di tempo asciutto, ecc.

Finalmente, l’arrivo dell’estate con una lunga fase di giornate asciutte e calde di luglio si è dimostrato essere il migliore ed efficiente sistema di difesa, potendo quindi stoppare le epidemie, anche gravi, di peronospora, che comunque ha lasciato indelebili i sui grandi e piccoli danni a livello dei grappoli. I vigneti a conduzione biologica sono stati comunque esposti a maggiori rischi epidemici, facendo registrare situazioni solo parzialmente accettabili, per lo più poco confortevoli, dipendenti dai limiti cogenti sull’uso del solo rame e di altri prodotti corroboranti, non all’altezza della situazione del momento.

Particolarmente seria è apparsa la gravità del mal dell’esca. Questa sindrome patologica sta mostrando sempre di più i suoi effetti deleteri in aree e su vigneti di pregio. È risaputo che le epidemie più accentuate si manifestano su vitigni sensibili, in primo luogo Cabernet Sauvignon, Glera, Riesling, Sauvignon bianco, Traminer, su vigneti adulti e più vecchi e dopo importanti piogge estive. Nei vigneti di Glera, in particolare di collina e potati a doppio capovolto, l’incidenza della malattia spesso è apparsa molto elevata, potendo quantificare oltre il 40% di piante sintomatiche e con elevate perdite produttive. Considerate le oggettive difficoltà di prevenzione e di controllo della malattia, molta inquietudine sta quindi serpeggiando tra i viticoltori ed i tecnici del settore, già preoccupati per il diffondersi di alcune malattie sistemiche, quali i giallumi da fitoplasmi e la nuova virosi del Pinot grigio, non più una emergenza ma ormai una spiacevole realtà per molti aree e vitigni del territorio.

Ma non solo male si è visto nei vigneti del Nord-Est. Anzi, molte realtà del territorio si sono qualificate per l’eccellenza della gestione e della protezione del vigneto, segno evidente che, nonostante le difficoltà dell’annata 2016, la professionalità, che si sta progressivamente diffondendo in tutte le aziende del territorio, è fondamentale per una gestione sostenibile, che permette di avere viti in equilibrio vegeto produttivo, bene potate con altrettanta corretta gestite al verde, di conseguenza bene protette contro le avversità. Il tutto a vantaggio del bilancio aziendale, della valorizzazione della bellezza del paesaggio e della indiscussa gratificazione degli operatori.

In relazione a questi ultimi aspetti, merita sottolineare che negli ultimi anni si è andata affermando l’importanza del paesaggio viticolo, il quale riesce ad imprimere valore aggiunto e forza sia in termini concreti che di marketing. La conservazione e la valorizzazione del paesaggio, oltre ad attrarre l’interesse ed a far crescere la responsabilità dei residenti, riescono ad affascinare il visitatore ed il turista, i quali, anche in remoto, possono apprezzare la qualità enologiche grazie alle emozioni vissute ed offerte proprio dalla bellezza del territorio. È altrettanto risaputo che tutto ciò ha un costo, che ricade principalmente sull’azienda e che va ad aggravare ulteriormente i costi di produzione unitaria dell’uva. In questo ambito, è alquanto arduo poter azzardare cifre e valori, vista e considerata l’eterogeneità dei territori viticoli del Nord-Est e tenuto conto delle dimensioni aziendali, della frammentazione dei vigneti di collina nonché dell’importanza delle aree da valorizzare, le quali concorrono a dipingere tipici ed irrepetibili scenari. Molte realtà viticole, nazionali ed in particolare di Paesi confinanti, ne hanno colto l’importanza ed il valore per la promozione dei loro prodotti vitivinicoli, la salvaguardia dell’ambiente e per far vivere emozioni e indelebili ricordi a chi viene da fuori.

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