16 Gennaio Gen 2017 1728 16 gennaio 2017

I Pellerossa dell’Africa

L'etnia Himba, una delle più primitive dell’Africa, dove la bellezza delle donne è un cult

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Pellerossa Africa 1
Pellerossa Africa 2
Pellerossa Africa 3
Pellerossa Africa 4
Pellerossa Africa 5
Pellerossa Africa 6
Pellerossa Africa 7
Pellerossa Africa 8
Pellerossa Africa 9

E' mezzogiorno del 23 Gennaio; nella Kaokoland la temperatura supera già i 40 gradi. Il sole, quasi allo zenith, appiattisce tutte le ombre e rende ancora più abbagliante la sabbia chiara del letto asciutto del fiume.
In questo violento chiarore ecco apparire la sagoma longilinea di una donna Himba che si reca al pozzo. Sul capo, con un’eleganza degna di un’indossatrice parigina, porta un contenitore cilindrico in legno. Attraversa il terreno sabbioso fino ai margini di una grande buca dove scopro con sorpresa altre due giovani donne intente a raccogliere, con piccole zucche, l’acqua melmosa che filtra dalla sabbia.
Mi soffermo a guardarle presso il margine del pozzo, e una delle donne, come gesto di ospitalità mi offre con un sorriso, dell’acqua. Con una certa riluttanza, che cerco di non far trasparire nella mia espressione, ne assaggio un sorso. In questo arido territorio, l’offerta di una tazza d’acqua è un dono veramente prezioso. Ritorno alla mia 4x4 e cerco qualche oggetto per ricambiare il loro atto di gentilezza; una saponetta profumata che si passano di mano in mano e viene lungamente annusata, le rende felici.
Il mio soggiorno fra gli Himba nacque proprio così, da un incontro casuale e spontaneo come lo sanno essere i momenti con queste popolazioni primitive.
Dopo pochi minuti, portandosi sempre sul capo i contenitori per l’acqua, le donne mi fanno segno di seguirle. Ci addentriamo lungo uno stretto sentiero fra la vegetazione spinosa che si sviluppa ai margini del fiume. Camminiamo poi ancora per qualche centinaio di metri su di una pietraia arida e dietro ad una collinetta ecco apparire 5 o 6 capanne a forma di igloo costruite con rami e fango. Alcuni bambini e delle donne siedono davanti all’ingresso delle capanne, poco più lontano alcuni uomini fumano all’ombra di sparute acacie. Subito mi si fanno intorno numerosi Himba chiedendomi, per mezzo di gesti, le medicine per curare i più strani malanni. Chi si comprime il capo fra le mani come per indicare dolori lancinanti alla testa, chi si sfrega lo stomaco facendo smorfie di dolore, chi si scopre qualche ferita non ancora cicatrizzata, chi mostra una deformazione probabilmente congenita. La medicina dell’uomo bianco è senza dubbio ancora interpretata da queste popolazioni primitive come una forma di magia in grado di risolvere qualsiasi problema. Qualche aspirina e qualche compressa di vitamine portano un attimo di felicità a questa gente fuori dal mondo.
Le prime notizie su questo popolo risalgono ai primi anni del 1600, quando il navigatore portoghese Cerveiro Pereira, stabilì un presidio nel sud dell’attuale Angola. Egli entrò in contatto con questo popolo di allevatori nomadi che chiamò “il popolo dei leoni” forse per le pelli di leone che alcuni capi villaggio utilizzavano come abbigliamento. Fu probabilmente per traslitterazione che questo soprannome (lingua Swahili leone = simba) divenne Himba, nome di questo popolo.
Solo poche notizie pervennero quindi attraverso i marinai portoghesi concentrati lungo le più ospitali coste dell’Angola. Non si hanno invece notizie di alcun marinaio che sia penetrato nella Kaokoland. Gli unici riferimenti riguardano la costa della Namibia, ora chiamata Costa degli Scheletri, che separa il territorio della Kaokoland dal mare.
Il Namib, il più antico deserto del mondo, risultò una barriera impenetrabile agli Europei per circa 250 anni e fu solo dopo il 1850 (quindi solo 140 anni fa) che la prima spedizione europea raggiunse la Kaokoland.
Oggi ovviamente non è più così difficile raggiungere questa zona, anche se per percorrere le disastrate piste di questa regione, bisogna disporre di un automezzo fuoristrada perfettamente equipaggiato, di una buona esperienza sia di navigazione con il GPS che di meccanica e..., molto tempo a disposizione.
Komiho, così era chiamato il capo, mi rivolge uno stentato “welcome” e mi fa capire di rimanere presso di loro per la notte. Mi spiega anche di aver imparato qualche parola di africaans e di inglese facendo da guida per le truppe sudafricane che fino una ventina di anni fa pattugliavano il deserto allo scopo di prevenire le infiltrazioni dei guerriglieri della Swapo, dalle loro basi in Angola.
Il crepuscolo avvolge il villaggio e davanti alle capanne si alzano la fiamme dei fuochi alimentati con i rami spinosi delle acacie. Il fuoco non dovrà mai spegnersi perchè è associato alla presenza degli antenati della comunità. La conversazione langue decisamente per la carenza di vocaboli inglesi del capo; penso che il suo vocabolario non ne comprenda più di una decina di vocaboli.
Komiho però fa di tutto per essere gentile e ci fa portare quello che per gli Himba è il massimo della prelibatezza: la lingua e gli occhi bolliti di un capretto. Sarebbe un’offesa rifiutarne almeno un assaggio e con grande sforzo sorrido e ne stacco dei pezzetti microscopici. Finalmente tutti vanno a dormire e anche noi ci sistemiamo con i nostri sacchi a pelo a fianco della Toyota.
Alle prime luci dell’alba, il kraal si sveglia lentamente dal suo torpore e gli Himba si radunano attorno ai fuochi per riscaldarsi. Le notti, nonostante la calura delle giornate, sono piuttosto fresche.
Le donne, seguite dai bambini, si dirigono verso i recinti degli animali per la mungitura del latte. Secondo il costume Himba, il capo villaggio deve presiedere la cerimonia del latte che, con la carne di capra, costituisce l’alimento essenziale. Ogni donna gli porge il recipiente contenente il prodotto dei propri animali. Dapprima Komiho ne beve qualche sorso, poi si accontenta di immergere un dito e quindi leccarlo. Dopo questa approvazione, le donne possono ritornare verso le loro capanne per distribuire il latte alla famiglia. Questo rito evidenzia concretamente la supremazia del capo sul proprio clan, ma permette anche di creare un legame all’interno della comunità.
Presso gli Himba il culto della gerarchia è una necessità vitale, poichè il loro status di pastori votati al nomadismo, li espone a numerosi conflitti con le etnie concorrenti. Le decisioni sono quindi applicate con il massimo rigore e disciplina.
Passeggio per il campo soffermandomi a guardare le attività giornaliere di questa gente.
Le donne, che nutrono un culto particolare per la bellezza del corpo, si spalmano tutti i giorni il corpo con un miscuglio di grasso animale colorato con polvere di ematite.
Questa pietra rossa gioca un ruolo essenziale nella vita delle donne che percorrono anche enormi distanze per procurarsela. In tutta la Kaokoland infatti non esiste che un solo giacimento, scavato con tecniche antiche quanto rudimentali.
I lineamenti fini, i corpi slanciati e alcune usanze degli Himba, ricordano molto da vicino le popolazioni nilotiche dell’Africa Orientale come quelle dei Masai, dei Dinka, dei Turkana. Ma è una falsa impressione perchè gli Himba sono di origine Bantù e nulla li collega a quelle popolazioni.
Grandi quantità di gioielli di ferro e cuoio ornano la pelle rossastra delle donne, ma è un cono bianco appeso al collo, l’oggetto a cui danno più valore. Simbolo di fertilità strettamente riservato alle donne sposate, questa conchiglia sacra viene trasmessa di generazione in generazione.
Questa tradizione, come molte altre, sono parte integrante della vita di questo popolo del deserto.
Gli Himba non hanno bisogno di essere incoraggiati per rimanere “tradizionali”. Ciò di cui questa popolazione ha bisogno è di continuare a mantenere i propri diritti sulla terra e sull’acqua, il diritto a controllare le proprie risorse e soprattutto la libertà di scegliere il proprio futuro.
Cinquemila Himba vivono sui circa 50.000 chilometri quadrati della Kaokoland (come Lombardia e Piemonte assieme); altri duemila abitano sulle rive angolane del fiume Kunene. Come tutte le nazioni ereditate dall’epoca coloniale, quelle della Namibia (830.000 kmq con 2 milioni di abitanti) non rispettano le divisioni etniche. I popoli Herero, Ovambo e Boscimani sono suddivisi tra questa antica colonia tedesca (Africa del Sud-Ovest) e gli stati confinanti: Angola e Botswana. In seguito agli accordi siglati nel dicembre del 1988, l’Africa del Sud, che occupava ancora il territorio della Namibia, si impegnò a evacuare le proprie truppe in cambio del ritiro delle forze cubane dall’Angola. Il 31 Marzo del 1990, dopo le elezioni che si sono svolte sotto il controllo dell’ONU, è stata dichiarata l’indipendenza della Namibia.

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