16 Gennaio Gen 2017 1715 16 gennaio 2017

Il sistema agroalimentare italiano: museo o laboratorio

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L’agricoltura italiana da almeno due decenni non ha un piano nazionale programmato di sviluppo economico, sociale, tecnologico e commerciale in grado di inserirsi nel sistema agricolo e industriale mondiale dei Paesi occidentali, di quelli emergenti ed in via di sviluppo. Nonostante le radici culturali, le tradizioni storiche, l’eccellenza dei prodotti alimentari, l’inventiva individuale delle aziende, l’alta qualità dei prodotti, il nostro Paese è in ritardo sulla capacità di adattarsi al cambiamento del concetto agricolo della produzione di cibo (proprietà della terra) al sistema globalizzato attuale orientato all’ottenimento di capitali e quindi utili finanziari svincolati dalla proprietà del terreno e aziendale. L’agroalimentare dovrebbe seguire gli esempi di settori produttivi come quello della moda e design, quindi occorre creare un sistema produttivo con capitali misti e con società operative capaci di operare nell’attuale sistema globalizzato. Seguendo l’esempio di altri Paesi, Germania in testa, dovrebbero essere costituite società di commercio che gestiscono gli scambi dell’agroalimentare italiano (gruppi privati e cooperativi insieme). Ovviamente quando si opera con tipologie societarie complesse occorre avere uno staff adeguato, con esperienza internazionale e avere l’appoggio in loco (Paese di importazione) del sistema bancario, delle Ambasciate e degli Enti predisposti alla valorizzazione del prodotto con il marchio “made in Italy”.
I prodotti alimentari italiani sono frutto della storia, tradizioni millenarie ed hanno una buona notorietà internazionale ma spesso mancano del necessario adeguamento ad un sistema globale, legato alla praticità d’uso del prodotto, dove occorre conoscere bene i sistemi sociali, le abitudini alimentari e le esigenze e strutture di mercato dei vari Paesi.
Lo sviluppo industriale dei Paesi trainanti (U.S.A. in particolare) a livello mondiale, ha stimolato l’innovazione in sistemi agricoli conservativi e introdotto, in molte aree, il concetto della filiera produttiva (dal campo alla tavola), con un rapporto diretto e integrato fra industria, agricoltura e commercio. L’integrazione fra industria e agricoltura ha consentito, nel 1955, ai prof.ri Goldsberg e Davis della Graduate School of Business Administration della Harward University, di coniare il termine “agribusiness”, che ha modificato la tradizionale agricoltura introducendo l’importanza del valore di tutti i mezzi tecnici (antiparassitari, concimi, macchine, impianti di lavorazione, ecc.), della commercializzazione del prodotto fino alla tavola del consumatore.
In un decennio il nuovo concetto del sistema agroalimentare, oltre agli U.S.A., è stato recepito in Francia, Inghilterra, Germania, Paesi Bassi, Australia e Nuova Zelanda mentre in Italia i primi tentativi di rinnovamento si sono avuti solo agli inizi degli anni ’80. Le motivazioni del ritardo del processo di rinnovamento strutturale del sistema agricolo italiano, sono attribuibili alla ridotta dimensione delle aziende familiari, alla poca propensione verso i processi innovativi, alle mutate condizioni socio economiche e commerciali, alla carente rappresentatività delle Associazioni dei produttori e Cooperative; la rapida evoluzione e internazionalizzazione dei mercati, hanno reso difficile l’adozione di una linea di politica agro-industriale nazionale, ben integrata nel contesto europeo. Purtroppo le Associazioni agricole di categoria, comprese quelle delle cooperative, hanno recepito tardivamente l’integrazione dei settori della filiera alimentare dal “campo alla tavola” che include la conservazione, la trasformazione industriale, la gestione ambientale, nonché il marketing.
In molti Paesi occidentali le “organizzazioni dei produttori” sono riferite al prodotto specifico (es. cereali, mele, pere, noci, mandorle, soia, ecc.), ben coordinate fra gli agricoltori e gestite da un comitato specifico, che segue con attenzione le tendenze del mercato e il cambiamento delle abitudini dei consumatori e l’evoluzione dei mezzi tecnici di produzione. Inoltre viene gestita la programmazione delle coltivazioni del settore, tenendo presente il sistema commerciale nazionale e mondiale e le continue variazioni delle esigenze dei consumatori. Le Associazioni di prodotto, e non di “produttori agricoli” come avviene in Italia, valutano le tendenze del mercato, orientano le produzioni e intervengono nell’intera filiera produttiva, fanno la promozione del prodotto e tengono i rapporti con l’industria, con la grande distribuzione senza, di norma, svolgere attività commerciale. Inoltre questi organismi, finanziati dagli stessi produttori, favoriscono e orientano le esportazioni verso i mercati internazionali e nello stesso tempo cercano di proteggere le produzioni nazionali, spesso con l’aiuto delle stesse Istituzioni governative. Molti Paesi con sistemi agricoli sviluppati e ben organizzati nel mercato mondiale e globalizzato, hanno una programmazione della produzione agroalimentare che tiene conto delle aree di consumo (nazionali e internazionali) del prodotto, della concorrenza, dell’evoluzione sociale e del cambiamento delle abitudini alimentari, della innovazione tecnologica e logistica.
Le organizzazioni sindacali di categoria nel nostro Paese sono molto frazionate e, a volte in contrasto fra loro, non hanno ancora trovato la necessaria unione e le linee programmatiche unitarie necessarie per lo sviluppo del sistema agroalimentare nazionale. Spesso non si accordano per azioni comuni, atte a favorire le integrazioni fra i vari settori del sistema agricolo italiano con la programmazione, a volte caotica, della U.E. e con le norme commerciali internazionali, in modo da creare sia la promozione sia la difesa dei prodotti italiani e delle relative filiere produttive e, soprattutto, individuare le possibili linee programmatiche della futura agricoltura. Tale comportamento ha favorito le importazioni di prodotti agricoli fortemente concorrenziali, a volte di dubbia qualità, che hanno inflazionato e condizionato i redditi agricoli, per cui oggi abbiamo sul mercato nazionale grandi quantità di prodotti stranieri (es. cereali, soia, legumi, carni varie, ortofrutta, mais, ecc.) che vengono inseriti nel mercato nazionale e venduti a consumatori non sempre informati.
A volte può capitare che questi prodotti di importazione vengano commercializzati o trasformati con scarsa conoscenza del luogo di origine, delle caratteristiche merceologiche e nutrizionali, e vengono spacciati come prodotto italiano. Le norme di tutela dei prodotti alimentari italiani sono numerose e possono essere di aiuto alla individuazione di frodi e contraffazioni di alimenti, con particolare riferimento a quelli prodotti in zone DOP (denominazione di origine protetta) o IGP (indicazione geografica protetta). Purtroppo il controllo degli alimenti italiani resta valido anche se presenta lacune sia per la carenza di personale negli Enti preposti sia per il ridotto numero di laboratori analitici in grado di esaminare i campioni prelevati dagli addetti alla vigilanza sulla sicurezza alimentare. Possiamo quindi trovare situazioni in cui la presenza dei bollini e marchi di certificazione applicati sui prodotti potrebbero non garantire il controllo della filiera produttiva che va dal campo alla tavola. La proliferazione e l’eccessivo numero di zone protette e relative produzioni alimentari tipiche in Italia, e conseguente applicazione dei numerosi “bollini”, crea anche insicurezza nei consumatori, rende difficile il controllo del prodotto e negli acquirenti stranieri crea confusione e diffidenza in quanto la stessa specialità alimentare viene presentata sotto diverse denominazioni. Ciò facilità l’inserimento di prodotti similari provenienti da altri Paesi o nazioni. Gli esempi di falsificazioni del made in Italy alimentare sono molteplici, e difficilmente potranno essere eliminati, ma sicuramente potrebbero essere ridotti e meglio controllati se emergesse una vera volontà di politica agricola, basata su programmi definiti congiuntamente fra Enti di governo, Produttori uniti, industrie di trasformazione e strutture commerciali. Un paese di non grandi dimensioni come l’Italia, costretto a subire le grandi politiche internazionali, potrebbe riuscire a creare una vera linea produttiva e di commercializzazione, qualora riesca a rinunciare alle politiche frazionate delle Amministrazioni locali (politica del campanile) ed aprire un dialogo con gli interlocutori stranieri sulla base di una nuova politica agricola nazionale, oggi assai limitata e poco incisiva. Sulle nostre tavole oggi arrivano prodotti provenienti da tutte la parti del globo e spesso a scapito delle nostre valide produzioni locali che potrebbero reggere anche la concorrenza di prezzo di altri Paesi, ma sono spesso deprezzati dalla scarsa coesione del nostro sistema agricolo, molto frazionato e depauperato dalla conflittualità interna che consente ai prodotti stranieri di valicare le nostre frontiere e diventare, di frequente, prodotto nazionale. Esempi di alimenti importati sono ogni giorno sulle nostre tavole (carni, cereali, legumi, soia e mais, noci, mandorle, nocciole, ecc.) e rappresentano oltre il 50% dei nostri consumi, con alcuni casi come noci, legumi, soia, che vanno oltre l’80%. Nel caso di alcune derrate importate (es. soia, mais), utilizzate sia per l’alimentazione umana sia per quella animale (mangimistica) sono geneticamente modificati (tanto discussi OGM) ma ovviamente a livello mondiale vengono commercializzati in quanto non è dimostrata la loro dannosità alimentare (regolamento della “carenza informativa” nel mercato internazionale). Sulla base di queste considerazioni e leggendo attentamente le etichette, si deduce che parte degli alimenti che contengono derivati da mais e soia (olio, farine, sciroppi di glucosio e dolcificanti vari, preparati proteici, ecc.) potrebbero essere prodotti con le materie prime importate nel nostro Paese e provenienti da aree agricole dove la coltivazione di varietà tolleranti alcuni parassiti o diserbanti sono permesse. Sarebbe opportuno affrontare, senza essere prevenuti e fuori da interessi di parte, il problema dell’innovazione genetica che può oggi essere gestita con metodologie che richiamano il naturale processo evolutivo del mondo vegetale e animale. Dovremmo forse condannare gli orsi che nel Kazachistan (zona di origine del melo), molte migliaia di anni fa, hanno selezionato le mele più grosse e di colore rosso, di cui oggi esistono ancora gli alberi?
Dovremmo valutare con più obbiettività il sistema agroalimentare del nostro Paese e far capire con semplicità e chiarezza il contenuto degli alimenti senza creare quella paura del cibo che oggi è propagandata ovunque, spesso senza rendersi conto del danno che produce anche sulle normali regole nutrizionali. L’insicurezza alimentare attuale induce una psicosi della qualità, valore nutrizionale e origine del cibo, che può diventare anche patologica come nel caso della “ortoressia” che sta diffondendosi in molti Paesi ricchi del mondo occidentale. Le tendenze alimentari ovviamente incidono sulla programmazione agricola e sulle regole da applicare assai variabili in un Paese con un sistema produttivo molto frazionato e gestito da molte entità tipiche locali, che spesso non dialogano tra loro e difficilmente trovano accordi comuni per organizzare un sistema nazionale in grado di affrontare in modo competitivo e concreto i mercati sia del mondo occidentale sia dei paesi emergenti. Esempi possono essere presi da altri paesi (Germania, Australia, U.S.A., Nuova Zelanda, Inghilterra, Olanda) che valorizzano e consumano i loro prodotti interni, con azioni promosse dalle Istituzioni Nazionali, con politiche di aggregazione e integrazione dei produttori con l’industria di trasformazione e con il sistema commerciale. Una simile linea politica potrebbe meglio valorizzate le filiere di prodotto con adeguata pubblicizzazione e informazione per il consumatore.
Potremmo prendere ad esempio la produzione delle pesche, una parte importante della nostra frutticoltura, consumate come prodotto fresco, trasformate in succhi e sciroppati, essiccate, confetture, distillati, quindi dobbiamo avere frutti con caratteristiche adeguate a seconda del prodotto finale che deve essere ottenuto. Ovviamente il mercato più importante risulta quello del consumo diretto, il cui mercato richiede diverse tipologie di prodotto come pure consumatori. Esistono molte tipologie di frutto pesca che possono essere raggruppate a seconda della forma del frutto: rotondeggiante o piatto schiacciato; del colore della polpa: bianche e gialle; delle caratteristiche della buccia: tomentosa (peluria) e nettarine (glabre); della consistenza della polpa: deliquescente o soda; dell’aderenza della polpa al nocciolo: aderente (duracine - percoche), non aderente o spiccagnole. All’origine esistevano allo stato naturale poche varietà di pesco poi con l’inizio della coltivazione specializzata, agli inizi del ’900, è iniziato il lavoro di miglioramento genetico e il numero di varietà (cultivar - cv) è aumentato fortemente. Successivamente si è sviluppata l’attività vivaistica e il conseguente lavoro, da parte di enti pubblici e di privati, per l’ottenimento di nuove cultivar idonee alle mutate tecniche di coltivazione e di trasporto, alle esigenze del mercato e dei consumatori. Si è cosi creato, grazie anche all’introduzione del brevetto sulle novità vegetali, un commercio nazionale e internazionale che ha portato alla proliferazione delle cultivar e alla diffusione anche di quelle non sempre apprezzate dal mercato e dai consumatori. Oggi sono diffuse molte centinaia di cv, spesso all’apparenza molto simili fra loro, per ogni tipologia di pesche (comuni, nettarine, percoche, piatte o saturnine) che hanno creato difficoltà nella lavorazione e confezionamento dei frutti e una notevole confusione nei consumatori che trovano frutti apparentemente uguali ma con caratteristiche organolettiche diverse. Infatti pesche di scarso sapore e conservabilità ingenerano sfiducia nell’acquisto continuo di questa tipologia di frutta, che essendo estiva subisce anche la concorrenza di altri tipi di frutta che matura contemporaneamente. L’elevato numero di cultivar crea anche difficoltà tecniche nella coltivazione in campo, di adattamento alle diverse aree pedologiche e climatiche, nella lavorazione e commercializzazione delle pesche. Spesso i frutti di cultivar a maturazione contemporanea e con caratteristiche morfologiche molto simili vengono mescolati, calibrati e confezionati insieme dato che risulta difficile avere linee di lavorazione per ogni singola varietà. La presenza di cultivar diverse nella stessa confezione sarebbe negativo in quanto i frutti, pur essendo simili, hanno differenti cicli metabolici, per cui nei lunghi trasporti si rischia che gli stessi frutti giunti a destinazione abbiano differente grado di maturazione, con diversa consistenza della polpa e conseguente riduzione della durata sullo scaffale di vendita quindi una disformità del prodotto non compatibile con le esigenze del consumatore. Potrebbe essere utile una riflessione sulle liste varietali delle diverse tipologie di pesche (comuni, nettarine, percoche, platiformi) e ridurre il numero di cultivar a quelle che hanno qualità organolettiche e merceologiche sicure, già dimostrate sia nella coltivazione sia sul mercato. Come è avvenuto in altri paesi con produzione peschicola da diversi anni (California in testa) le Associazioni dei produttori peschicoli dovrebbero operare unite, con attente analisi di mercato e trovare un minimo di accordo, in particolare con la Grande distribuzione dato che sui bancali di vendita non troviamo il nome della cultivar ma semplicemente la tipologia di frutto (pesche bianche o gialle, nettarine, percoche, ecc.) e tenendo presente che il consumatore, di norma, non riconosce le diverse varietà esposte per la vendita. Ovviamente si ricade nella solita carenza programmatica che, almeno dall’andamento dell’ultima stagione 2016, sembra venga considerata con maggior attenzione ma senza una politica comune in grado di creare un sistema peschicolo nazionale o almeno territoriale.
Esempi come quelli del pesco possono essere riportati anche su altre produzioni agroalimentari italiane, che per la carenza di un sistema agricolo organizzato, molto frazionato, spesso individualistico e orientato a piccole produzioni locali, non riesce ad affrontare il mercato internazionale in maniera innovativa e con la necessaria aggressività e continuità di fornitura dei mercati. Le piccole produzioni tipiche e di nicchia sono la storia e la tradizione dell’agroalimentare italiano, che deve essere mantenuta, valorizzata e divulgata a livello turistico ed enogastronomico, in quanto ritengo che dimenticando il passato si perde anche il futuro. Il mercato globalizzato e l’evoluzione dello stile di vita e delle abitudini alimentari delle giovani generazioni nonché le innovative tecniche di coltivazione adottate in agricoltura e dall’industria alimentare devono suggerire la necessità di programmare il sistema agroindustriale italiano con azioni comuni e concordate fra le politiche istituzionali di governo e il mondo produttivo (privato, cooperativo) unitamente alle Associazioni di categoria. Deve sorgere, a livello nazionale una finalità comune per creare un sistema agricolo che abbia un minimo di accordo comune per operare in un mercato mondiale che si evolve rapidamente e con tecnologie innovative che non possono essere affrontate dalla singola azienda o da limitate produzioni alimentari di nicchia. Nel breve periodo potrebbe diventare necessario fare una reale verifica della situazione agricola italiana, con la valutazione obbiettiva delle politiche, normative e aiuti finanziari della U.E. (non sempre condivisa ma che ha sostenuto in gran parte la agricoltura nazionale) ed evidenziare la criticità per poi migliorare e programmare le produzioni richieste e collocabili sul mercato nazionale e internazionale. Prendendo lo spunto da altri Paesi (es. Australia, Nuova Zelanda, Olanda, Cile, Norvegia, e altri) hanno di fatto valutato l’andamento delle importazioni di prodotti alimentari, considerando attentamente le loro produzioni nazionali ed hanno concordato congiuntamente (associazioni produttori e commercio, organi politici, Ministeri interessati) le linee programmatiche che consentono una protezione delle loro produzioni tipiche e nello stesso tempo di avere una notevole apertura sui mercati internazionali.
Una particolare attenzione dovrà essere rivolta ai Paesi Asiatici in generale con particolare riferimento alla Cina, che negli ultimi anni ha innovato fortemente il sistema agricolo con l’introduzione di tecnologie molto avanzate. La ricerca agroalimentare cinese ha percepito il futuro di un agricoltura fuori suolo (idroponica o aeroponica) gestita in ambiente controllato con autosufficienza energetica e riciclo delle acque. Una simile tecnica è concettualmente vicina alla nostra agricoltura arcaica delle alberate quando si avevano tre livelli di produzione: l’albero che dava legna (energia) o frutta; la vite alimento-bevanda; al suolo si coltivavano le erbacee e ortaggi. Oggi le tecnologie consentono di avere serre con i pannelli fotovoltaici sul tetto, più piani di coltivazione e produzione nelle acque di alghe o altre micro piante. Alcuni sistemi di coltivazione idroponica sono stati inseriti nei grandi centri commerciali (Pechino, Hong Kong) e il consumatore può direttamente prendere dai bancali di coltivazione alcuni ortaggi da foglia come insalate, bietola, cavolo cinese. Inoltre anche i Paesi africani stanno portando avanti, pur con fatica, lo sviluppo dell’agroindustria e potranno incrementare, se vi è una maggiore attenzione del mondo occidentale, il loro ruolo sul mercato mondiale delle produzioni alimentari e loro derivati.
I risultati pratici dei sistemi agricoli integrati e programmati sono evidenti visitando i mercati agroalimentari o i supermercati all’ingrosso delle grandi città europee e mondiali, dove la presenza dei nostri prodotti, a parte il vino, è piuttosto limitata, poco visibile, non sempre ben posizionata e spesso contrastata dalle imitazioni, di solito ben posizionate nello scaffale. Per un futuro del nostro sistema agricolo dovranno essere programmate le linee politiche e tecniche di sviluppo, attraverso una maggiore efficienza organizzativa, una revisione, e ristrutturazione di alcuni settori produttivi, adottare azioni concordate in modo da creare un vero laboratorio innovativo che rappresenti la base culturale, la genialità e la forza dell’agroalimentare italiano, quindi in grado di sfruttare le potenzialità economiche e di mercato, proteggere le nostre produzioni e superare il concetto di un museo conservativo dell’agricoltura nazionale.

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