16 Gennaio Gen 2017 1719 16 gennaio 2017

Julieta Manassas

Una conversazione sulla moda, sull’African Style e altro

Estratto da
Sfoglia la rivista on-line

Agli utenti fedeli interessati alla nostra rivista abbiamo dedicato alcune aree riservate del nostro sito.

Accedi o registrati gratuitamente per consultare i contenuti aggiuntivi del nostro sito, bastano pochi secondi!

Scarica l'Articolo

Autore

Julieta Manassas 1
Julieta Manassas 2
Julieta Manassas 3
Julieta Manassas 4
Julieta Manassas 5
Julieta Manassas 6
Julieta Manassas 7
Julieta Manassas 8
Julieta Manassas 9

In principio c’è la materia
Julieta mi accoglie nel suo negozio atelier un po’ imbarazzata per il gioioso disordine che, non è un paradosso, a me pare invece trasmettere una forte energia e in qualche modo alludere all’autenticità di una stilista concentrata sulle sue creazioni del momento. “A volte non mi rendo conto del casino che mi circonda... ma le assicuro che ogni cosa che vede non è affatto così fuori posto come sembra. So sempre dove cercare ciò che in un dato momento mi interessa...”, mi dice sorridente mentre appende in bellavista una sua creazione sulla quale evidentemente vuole concentrare la mia attenzione. E continua... “È come se questa confusione di elementi eterogenei, abiti, stoffe, libri, riviste, fosse in realtà funzionale alla mia creatività. In altre parole, penso che la mia mente abbia bisogno di vedere intorno a sé un po’ di caos, per far emergere l’idea moda che sto cercando...”. Approfitto di una breve pausa necessaria a Julieta per estrarre un altro abito dai colori stupendi, nascosto tra altre creazioni strette le une alle altre senza un ordine da me percepibile, per dire: “Ho la sensazione che tu appartenga alle classe di creativi della moda che mi piace definire bricoleur. Ci sono stilisti che partono sempre da una idea che cominciano ad elaborare disegnandola. Per esempio Dior ideava le sue collezioni grazie ad una frenetica attività grafica. In una notte solitaria era capace di disegnare centinaia di silhouette. In seguito, insieme alle première sceglieva le stoffe e affinava le forme. Ma tutto partiva dal disegno di una idea. Chanel invece, creava in un modo completamente diverso. Praticamente i suoi abiti prendevano forma sul corpo della mannequin che utilizzava come superficie proiettiva delle sue visioni...” ...“Io invece parto dalla materia con cui sono fatti gli abiti - mi risponde Julieta interrompendo le mie parole, avendo già indovinato la domanda che stavo per enunciare - “...si può senz’altro dire che il mio modo di interpretare il mestiere di creativa della moda dipende tantissimo dalle stoffe che riesco a trovare. Prima di tutto io mi considero una ricercatrice di materiali pregnanti. Quando trovo una stoffa che mi ispira sento che la forma dell’abito non sarà un problema. Ma forse potrei definirmi una rigeneratrice, dal momento che per i miei abiti, uso solo stoffe riciclate. Spesso le sposo con tessuti originari della mia terra, l’Angola; tessuti come questi...”. Le pezze di ruvido tessuto artigianale che mi mostra sono di una bellezza inusuale; associate alle colorate sete leggermente anticate danno alle forme dell’abito un effetto perturbante che associo al senso percepito trasmessomi da molte opere d’arte dell’avanguardia storica. Le creazioni di Julieta contaminate con i frammenti di tessuto che ricordano le sue origini, fanno oscillare il senso percepito dell’oggetto-moda lungo l’asse di una raffinata gradation emozionale che collocherei tra “straniamento” e “surreale”. In questo modo, la sua Africa, non è mai nostalgica o folcloristica. Usando l’abusato riferimento al parallelismo tra moda e linguaggio, mi viene da pensare che le ruvide pezze con le quali Julieta sconvolge l’andamento liscio e armonioso delle stoffe occidentali, sia una sorta di discorso delle origini. In tal modo la stilista ci riporta a quando la manualità dominava le pratiche della moda e gli abiti simboleggiavano lo status distintivo delle persone. “L’orientamento tattile che la contraddistingue avvicina la sua pratica al lavoro dell’artigiano - le dico convinto - “Si certo - mi risponde Julieta, dopo averci pensato un attimo - io mi sento prima di tutto una sarta. E una sarta è essenzialmente una artigiana. Deve avere manualità, sensibilità per la materia, gusto per l’unicità dell’esecuzione dell’abito. Mi piace ovviamente anche riflettere sulle forme dell’abito. Per esempio anch’io ovviamente disegno, immagino silhouette... ma non sono attratta dalla moda intesa come ricerca ossessiva della novità. Trovate le stoffe giuste sono più interessata a creare una sorta di “forma ideale” ispirata da esse, alla quale rimango, per quanto mi è possibile, fedele nel tempo. Con questa forma idealizzata, compio poi tutta una serie di piccole variazioni che mi permettono di adattarla alle diverse clienti. L’ordine di queste variazioni è dettato dalla qualità delle stoffe che trovo e da aggiustamenti formali di natura sperimentale. Cioè, aggiustamenti che dipendono dall’interazione tra personalità della cliente, materia dell’abito e la mia fantasia”. Domanda: “Non trovi sia rischioso non stare al passo con le novità del mercato?”. Julieta sembrava aspettarsi queste parole e dunque la sua risposta arriva immediata: “Io penso che oggi, per chi interpreta la moda come lo faccio io, il rischio più grande sia proprio seguire troppo da vicino il mercato. Io vesto individualità e non classi di consumatrici accorpate da qualche categoria marketing. Se seguo il mercato o le tendenze del momento non posso soddisfare le esigenze di distintività delle mie clienti...”. “Si certo, lo capisco bene - aggiungo, approfittando di una sua pausa- ma bisogna considerare anche il rischio di anacronismo o di risultare démodé. Non ti spaventa essere considerata solo una brava sarta, capace soltanto di fare abiti perfettamente confezionati ma alla lunga insapori...”. Julieta si guarda intorno, indica un abito, un altro, un altro ancora e poi dice: “Vedi forse qualcosa di insapore?”. “No! Al contrario, direi che hai un talento per abiti pieni di energia. Ecco per rimanere coerente con la metafora gustativa che ho introdotto, direi che la tua moda è sorprendentemente saporita...”, le rispondo. “Ho sempre pensato che la moda dovesse aiutarci a vivere più felici - dice sorridendo - io faccio questo lavoro con gioia e mi piace che queste emozioni siano perfettamente espresse dai miei abiti. Mi rendo conto che tanta moda contemporanea attratta dai minimalismi un po’ cupi di designer nordeuropei dice esattamente il contrario. Penso di essere ben informata, sfoglio tante riviste, studio con attenzione quello che succede nelle sfilate più importanti. Ma la mia visione sulla contemporaneità tiene conto non solo del momento... Io credo che la storia sia importante quanto l’esigenza di novità. Ci sono forme ed emozioni che non possiamo gettare via solo per il gusto di essere di tendenza. Avendo scelto di lavorare con tessuti che hanno una loro storia, ho preso la decisione di non seguire come una sonnambula le tendenze ma di lavorare per preservare valori che durano più a lungo di quanto ci rappresentano di solito le collezioni dei grandi marchi, abituati da decenni a negare quello che avevano affermato con forza solo sei mesi prima. Il mio modo di essere contemporanea è presentare sempre in ogni creazione me stessa, la mia visione della moda, i tratti che considero determinanti della cliente con la quale interagisco e infine i segni che parlano del mondo così come mi appare. La mia sfida è fondere tutte queste dimensioni dando ad esse la giusta regolazione affinché sia preservata l’armonia della mia creazione. Io credo che la bellezza abbia delle regole complicate e tali da non essere perfettamente elencabili, ma al tempo stesso quando si lavora e si sperimenta, gli effetti delle regole risultano sufficientemente riconoscibili per permettere a chi fa il mio mestiere di capire se sta andando oltre il bello, su sentieri sbagliati; regole che consentono cioè di percepire se si perde in grazia e armoniosità. Per me grazia e armoniosità sono valori da preservare e non li considero una moda nel senso banale della parola”. Nel frattempo, mentre Julieta esprime con enfasi i suoi condivisibili vangeli estetici, osservo con maggiore attenzione lo spazio del suo atelier. L’impressione di disordine diffuso comincia ad entrare in dissolvenza incrociata con l’idea di un ordine diversamente configurato. Per esempio, in basso stese le une sulle altre ci sono piccole piramidi di stoffe, accarezzate in alto dalla parte inferiore di abiti ingrucciati fitti fitti, secondo una ragione musicale ovvero per assonanza/dissonanza di colori, suppongo. Qui e là, spuntano libri e riviste studiatamente aperte su pagine ispiratrici, forse. Un paio di casuali sedie, inutilizzabili dal momento che risultano sovraccaricate di pezze di stoffa, riviste, altri libri, invitano il cliente o visitatore a muoversi in un certo modo, mantenendo una posizione eretta e concentrata sugli oggetti che come una prestigiatrice Julieta estrarrà dal suo personale Bazaar. Anche se l’atelier non ha nulla dei negozi per sarti che conosco, ogni cosa che vedo sembra confermare quello che Julieta mi sta raccontando. Le sue parole sulla bellezza come grazia e armoniosità mi riportano velocemente alla nostra conversazione. “Mi piacerebbe capire meglio il significato che dai ai concetti con i quali definisci la tua formula della bellezza. Nella mitologia greca Armonia è figlia di Ares e Afrodite. Veniva usata come simbolo della concordia e dell’amore. Oggi, il senso comune l’utilizza per descrivere la piacevolezza per l’orecchio, per l’occhio e per la mente, ottenuta dalla fusione di elementi eterogenei come linee, forme e colori o suoni di diversa fattura. Secondo Pitagora era possibile inoltre dare una definizione matematica all’armonia, studiando la progressione delle note musicali. Però, se guardo i tuoi abiti, io non trovo solo armonia ma anche contrappunti. Per esempio, lo scarto percettivo che c’è tra questa pezza di tessuto artigianale e le sete che tu hai mirabilmente ricucito intorno ad essa. In che senso possiamo dire che questa soluzione si mantiene all’interno dell’idea di bellezza di cui hai parlato?”. Julieta non risponde subito. Guarda intensamente le sue creazioni, sfiora qualche abito, poi mi dice: “La prima nota dell’armonia che deve interessare una persona che fa il mio mestiere ha a che fare con il corpo e la personalità della eventuale cliente. L’abito ideale deve armonizzarsi con un corpo che vive, sente, si muove, ha bisogno di esprimersi. È questo il livello fondamentale che da senso alla parola e avvicina la bellezza alla grazia. Ogni persona ha la propria individualità e quindi richiede soluzioni che mi costringono ad effettuare variazioni, a scegliere un mix di colori e tessuti diversi. Credo che sia questa la ragione del fatto che finisco con il diventare amica delle mie clienti. Senza lo sforzo di comprenderne i desideri e bisogni, non sarebbe possibile mantenersi coerenti con l’idea di bellezza che perseguo...”. Ondeggiando con la testa su e giù faccio capire a Julieta che mi è chiaro quello che mi sta dicendo e non ho argomenti da aggiungere. Tuttavia per rafforzare ciò che mi ha appena detto aggiunge: “Vede, non è certo per caso se le mie creazioni più riuscite le ho realizzate per una mia carissima amica, Nirma Benati. Si tratta di una donna che ammiro moltissimo. In un certo senso, essendo una fotografa di moda, appartiene un po’ al mio mondo. Parliamo tantissimo tra noi degli abiti che vorrebbe indossare, delle situazioni che l’attendono. Io sento che quando lavoro per lei sono più ispirata del solito. Senza dubbio Nirma è attualmente la mia musa ispiratrice. Cosa c’entra questo con il discorso sull’armonia? È semplice. Il lavoro di un creativo della moda, aldilà degli effetti di superficie, dovrebbe concentrarsi sulle ragioni interiori che hanno le persone. La bellezza di un abito diventa vera quando è in armonia con l’essere che lo indossa. Questa piccola verità l’ho imparata grazie a Nirma”. Incuriosito, le chiedo di vedere qualche immagine della misteriosa musa. Dopo aver tormentato per qualche decina di secondi il suo cellulare Julieta si arrende e mi dichiara l’impossibilità di estrarre alcuni ritratti dell’amica. Cerco allora di riportarla sull’argomento creatività e/o ispirazione: “La tua teoria della bellezza assomiglia molto al platonismo estetico. Ciò che è bello deve essere anche vero e buono. Con la differenza che tu al posto della coppia vero/buono ci metti l’empatia con l’altro. Io credo che quello che hai appena detto appartenga al vissuto di tantissimi creativi. Leggendo le biografie dei grandi della moda, si scopre che quasi tutti hanno un debito di riconoscenza nei confronti di una musa ispiratrice... “Io credo che la fiducia nell’empatia con una persona particolare dipenda essenzialmente dalla specificità del mio lavoro - dice Julieta - Gli abiti non hanno senso senza il corpo. E ciascuno di noi sa bene che non tutti i corpi hanno il medesimo impatto su di noi. Ci sono indubbiamente dei corpi speciali che ci fanno sognare. Noi li trasformiamo facilmente in ideali di bellezza. Ma oltre al corpo c’è il carattere di una persona, espresso da come si muove, pensa, agisce. Un corpo che si muove con eleganza, decisione, grazia... Noi stilisti siamo molto sensibili a tutto ciò. Ecco perché quando incontriamo qualcuno che meglio di altri raffigura questi valori estetici, ci sentiamo ispirati e abbiamo la sensazione di lavorare meglio...”.

Dall’Angola con passione
A questo punto la nostra conversazione è interrotta dal bisogno di prenderci una breve pausa. Raggiungiamo il piccolo bar adiacente all’atelier e ordiniamo entrambi un bicchiere di prosecco. Il buon senso vorrebbe che dopo un confronto tutt’altro che leggero e piacevolmente superficiale, come mi immaginavo potesse essere il dialogo non conoscendo Julieta, ora, le parole non potessero che diventare chiacchiere e abbandonarsi a pensieri in libertà. Ma il linguaggio non funziona come l’interruttore della luce. Soprattutto quando si accende, non è certo un “io” a decidere quando e come deviare o fermarsi. E infatti dopo pochi minuti, nemmeno il tempo di terminare il primo sorso di vino, eccoci di nuovo precipitati nella narrazione che avevamo pensato di narcotizzare per parlare d’altro.
Devo aggiungere che in questo caso la responsabilità è stata tutta mia. Non so perché mi sia scattata o scappata la domanda ignorante, ma so benissimo quello che è successo dopo, dal momento che da autore leale devo restituirvelo. “Julieta, devo farti i miei complimenti, non pensavo che in Angola potessero formarsi stiliste con la tua preparazione”... “Infatti la moda così come l’intende la gente l’ho imparata in Italia - mi risponde prontamente la stilista - ma non è la moda che realmente mi interessa. Io penso che gli abiti siano come una seconda pelle e la mia ambizione è di operare ad un livello più profondo rispetto a quello di solito circoscritto dalle chiacchiere modaiole. A tal riguardo è nel mio Paese d’origine che ho avuto l’imprinting più importante. Mia madre mi ricorda spesso che fin da bambinetta ero abilissima nel creare abitini con tutto ciò su cui riuscivo a mettere le mani. Probabilmente la propensione a ricercare materiali utili per cucire i miei sogni nasce durante la mia infanzia, in mezzo alla mia gente, senza il clamore generato dalla moda. I miei abitini dovevano essere ingegnosi perché non sempre trovavo le stoffe adatte. Insomma, per quanto lo può essere una bambina, spesso dovevo arrangiarmi e trasformarmi in una piccola innovatrice... Io credo che l’orientamento tattile che mi contraddistingue, la sensibilità per la natura e i colori pieni di energia, appartengono interamente alla mia esperienza maturata in una terra piena di contraddizioni ma anche stimolatrice di fantasie che prendevano origine da un ascolto delle cose che mi circondavano e appassionavano, impossibile da immaginare per una bambina europea. Divenuta appena un po’ più grande ho cominciato a capire veramente il mestiere che avrebbe segnato la mia via, frequentando la sartoria di mio zio Fernando, a Luanda. Mio zio era un sarto molto bravo e famoso. Faceva abiti da uomo ovviamente, perfetti e impeccabili come quelli di Savile Row. Da lui ho imparato quanto fosse importante il rapporto con il cliente e la costruzione della forma definitiva attraverso costanti verifiche... Ma bisogna considerare un altro aspetto. La gente della mia terra, specialmente i più giovani ci tengono tantissimo a essere eleganti. Per loro essere vestiti in modo appariscente fa parte del loro essere. Non so se si può dire la stessa cosa per i giovani italiani o europei... Se hai osservato con attenzione gli abiti che ti ho mostrato puoi accorgerti facilmente che anche quelli che sembrano più formali hanno sempre qualcosa che li distingue. È il mio modo per ricordare alle donne che essere un po’ dandy le aiuta a uscire dagli stereotipi della moda...”. Approfitto di una pausa del racconto dell’infanzia per ritornare ad una questione importante per capire la Julieta di oggi: “Credo che quello che mi hai appena detto chiarisca bene aspetti del tuo stile altrimenti misteriosi. Ma poi cosa è successo? Sei venuta in Italia per studiare moda?”. “No! Sono venuta perché mi sono innamorata di un italiano che lavorava in Angola - risponde sorridendo la stilista, ma è un sorriso triste e tra pochissimo ne conoscerò le ragioni - la moda come la si intende in Europa per me è arrivata dopo...Ritornati in Italia ci siamo sistemati a casa della madre di Marco, il mio fidanzato. La signora Giuliana è una donna forte, determinata. Siamo andate subito d’accordo. Anche lei mi ha insegnato molto da ogni punto di vista. Poi è successo che l’amore della mia vita, per colpa di una malaria non diagnosticata in tempo, morisse in circostanze tragiche. È stato uno shock terribile dal quale mi sono ripresa anche grazie all’affetto dei suoi genitori. Grazie ad essi ho avuto la forza di terminare la mia formazione da sarta presso l’Istituto Secoli di Bologna. So benissimo che non è una scuola conosciutissima, ma devo dire che i fondamentali del mestiere di sarta e modellista li insegnano benissimo e io avevo bisogno di affinare le tecniche professionali per modista e figurinista... Nel frattempo studiavo con grande interesse la storia della moda. Le mie vicissitudini esistenziali mi hanno avvicinato tantissimo a Chanel, facendone la mia stilista preferita....”. Alzo il ditino e chiedo: “Ti riferisci al fatto che anche lei perse troppo presto l’amore della sua vita?”... “Si, ma non solo questo - dice Julieta - anche Chanel fece scuole professionali e cominciò con un piccolo negozio. Comunque fin da quando ero una studentessa mi identificavo a lei studiando il suo modo di interpretare lo stile, l’eleganza...Terminata la scuola ebbi la fortuna di vincere nel 2000 una borsa di studio promossa dalla CEE, per partecipare ad un master in “Operatrice di abbigliamento”, grazie al quale ho imparato tutti i segreti dell’arte del cucito. Subito dopo fui assunta a La Perla, una grande azienda, nella quale ho cominciato a capire dall’interno, tutto ciò che della moda è impossibile conoscere osservandola solo dall’esterno o dai libri. Appena mi sono sentita sicura di me stessa dal punto di vista tecnico e pratico, ho deciso di avviare la mia attività partendo con un negozio/atelier nel quale ho cominciato a sviluppare la visione della moda che avevo maturato fin da giovanissima, ma che non ero in grado di sostenere dal punto di vista delle conoscenze tecniche. Ecco in poche parole la mia storia fino ad ora...”.

Uno stile individuale per un mercato sempre più grande
Julieta vorrei continuare ancora per in po’ la nostra conversazione e quindi chiederti: come organizzi il tuo lavoro? Proponi collezioni, fai sfilate? Che altro?”. Prima della risposta, mi compiaccio di fare arrivare al lettore l’informazione che siamo rientrati nell’atelier e la protagonista ha ricominciato ad appendere in bella vista nuove creazioni, indicandomi con precisione i punti nei quali ha esercitato abilità, competenze e creatività. “Per ora mi limito a preparare una decina di nuovi modelli per stagione - mi dice - Quindi non si può parlare di una vera collezione. Raramente faccio sfilate e, lo ripeto non seguo le tendenze. Semplicemente porto avanti la mia ricerca di stile. Quando prenderò la decisione di partecipare attivamente ai grandi appuntamenti della moda allora seguirò le mie idee creative fino in fondo, presentando una collezione a tema. Per ora, devi considerare che il mio lavoro è del tutto simile alla couture classica. In altre parole i miei abiti sono tutti dei pezzi unici. Anche se la cliente ad esempio sceglie questo modello piuttosto che quest’altro, nel confezionarlo aggiungo sempre particolari che lo rendono unico. Devi considerare anche l’improbabilità che io possa avere grandi quantità dello stesso tessuto. Cercare stoffe con una storia pregressa esclude la possibilità di creare abiti completamente identici. Per ora non è nella mia visione moda lavorare con abiti seriali. D’altronde le mie clienti migliori sono esigenti e apprezzano l’esclusività che sinora sono stata in grado di garantire...”. Domanda: “Escludi dunque la possibilità di operare in un segmento di mercato fatto di clienti molto più numerose, come per esempio il pret à porter seppur di fascia alta?”. Julieta riflette qualche secondo prima di rispondere, poi decisa dice: “Non lo escludo affatto. Direi che potrebbe essere il mio prossimo obiettivo, insieme ad una collezione veramente completa. Sino ad ora ho lavorato molto sul mio stile che poi coincide ampiamente con aspetti della mia personalità. In un certo senso mi ha dato sicurezza fare abiti per me stessa e per le mie amiche. Ma credo che oggi, la vera sfida per crescere, sia far arrivare la mia visione della moda ad un pubblico più numeroso”.
“Come definiresti il tuo stile?
” - Chiedo -. Altra pausa, questa volta un po’ più pensosa del solito. “Sono attratta dalla bellezza armoniosa, aperta a improvvise e fantasiose sperimentazioni - risponde la stilista - La donna che prediligo rispetta le regole del buon gusto senza rinunciare a distinguersi. Il mio stile potrebbe essere definito un classico rivisitato. Io credo che oggi fondamentalmente moda debba significare libertà. La mia cliente ideale è una donna che vuole sentirsi libera di essere elegante e non prigioniera di tendenze imposte dai bisogni dei mass moda”... “Ma quando dici classico cosa intendi? Domando. “Il classico implica la memoria e il rispetto per la simbolicità di un abito - dice prontamente Julieta - il classico ha un valore di rappresentanza che lo rende prezioso per la gente. Ma il classico per preservare questo valore non può rimanere identico a se stesso. Il mondo cambia, la gente cambia. Per preservare la memoria di certi abiti, dobbiamo fare uno sforzo per renderli presentabili nella nostra vita di oggi... Io per un po’ ho fatto anche la costumista in teatro e durante questa esperienza ho capito la differenza che c’è tra un abito museificato e un look classico. Un abito museificato risulta quasi sempre ridicolo se indossato nella vita ordinaria. Invece, un look classico, rivisitato, induce reverenza e rispetto... Esattamente quello che io voglio ottenere per le mie donne attraverso i miei abiti...”. Da vero rompipalle vorrei chiedere a Julieta dove ha estratto i tratti pertinenti della sua idea di classico (da rivisitare in seconda battuta)... dai libri? visitando musei?... Mi trattiene il desiderio di mantenere il nostro dialogo in territori conversazionali lontani dal modello standard dell’intervista. Ma non ho fatto i conti con la sua sempre più evidente perspicacia... Infatti mi dice: “Il mio classico c’entra ben poco con l’indottrinamento didattico. C’entra moltissimo invece con l’esperienza culturale. Quando arrivai in Italia cercai prima di tutto di capire cosa significava essere un italiano e un europeo aldilà delle formule della quotidianità. Immergermi nel vostro cinema, nella pittura, nell’arte, nella musica mi dava la sensazione di entrare in contatto con il sistema nervoso della gente. Ovviamente parlo del cinema neorealista, anni sessanta e settanta. Penso ad attrici come Monica Vitti, Sophia Loren... alla loro bellezza così familiare e al tempo stesso poco convenzionale. In pittura mi ha molto impressionato Boldini, un vero anticipatore dell’eleganza classica. Aggiungerei Degas, con le sue decontratte ballerine. Ma forse i nervi dell’italianità me li ha rivelati la musica lirica. Abiti rivestiti di passioni, ecco come mi apparivano le grandi protagoniste della lirica. E indubbiamente la musica è divenuta una componente importate nel mio lavoro. Il modo in cui compongo le diverse superfici dei miei abiti ha qualcosa di musicale. Le note del mio “classico”, distillato dai processi culturali che ho vissuto, unite ai suoni della mia terra d’origine, danno alle mie composizioni la loro specificità. Per tentativo ed errori nel corso del tempo ho affinato le soluzioni che trovavo per strada. Attraverso ripetizioni creative penso di aver configurato il mio particolare stile, da un lato rispettoso delle mie origini, dall’altro lato aperto verso il nuovo mondo che mi ha accolto”.

Addenda: note sull’African Style
1. All’inizio dell’intervista Julieta parla dell’importanza dei tessuti per la sua creatività. Si tratta di un passaggio importante dal momento che, nella cultura africana, i tessuti sono strettamente legati alla sacralità della tessitura (soprattutto nel passato, diversamente dall’occidente, tessere era una pratica tradizionalmente maschile).
2. L’African Style nella moda comincia a trovare uno spazio via via sempre più marcato grazie al fenomeno sociale della Sape. Chi sono i sapeur? Potremmo definirli una sottocultura urbana originaria dei territori urbani del vecchio Congo, che ha nella enfatizzazione delle apparenze lo strumento di resilienza contro l’endemica corruzione dei poteri che affligge i popoli africani. In altre parole, la Sape è una forma moda utilizzata dai giovani per esorcizzare l’invisibilità indotta dalla povertà e dall’impossibilità di costruirsi una immagine positiva del futuro. I sapeur, in apparenza assomigliano ai nostri dandy metropolitani. In realtà, questa forma di dandismo funziona come una sorta di rituale magico per irridere la miseria morale e materiale che imprigiona le giovani generazioni. L’abito, che per noi Occidentali standard è semplicemente un oggetto estetico, per un sapeur si trasforma in un artificio simbolico utilizzato per prendersi gioco della precarietà della vita e per identificarsi a una comunità fluttuante, completamente inventata da giochi di moda. Si può dire, esagerando un po’, che questo modo di interpretare l’abbigliamento lo avvicina molto al concetto di “essenza dell’identità”, nel senso di qualcosa che nutre e mantiene in vita lo spirito di esseri liberi.
In alcuni passaggi della conversazione con Julieta, mi è parso che la stilista desiderasse alludere questa particolare visione metafisica delle apparenze, che in Occidente è oggi evocata, da molti nuovi protagonisti, per ri-evoluzionare la moda (contro gli eccessi del razionalismo).
3. Nelle società occidentali, i segni provenienti dalle culture africane hanno marcato importanti innovazioni estetiche. La cosiddetta “rivoluzione” delle avanguardie storiche, ovvero Picasso, Matisse, Braque, Modigliani..., sarebbe impensabile senza le provocazioni scioccanti che gli artisti citati inflissero ai loro contemporanei, ottenute attraverso l’elevazione a “oggetti artistici” di maschere e sculture africane, fino a quel momento considerate curiosità prodotte da razze inferiori per culture rozze e incivili. La forza di una bellezza selvaggiamente primitiva, violentemente espressionista, clamorosamente sensuale, irruppe con straordinaria energia nell’estetica occidentale distruggendo definitivamente i già traballanti canoni tradizionali, orientando la modernità verso una eccitante fuga nell’esotismo. La Parigi del primo dopoguerra si innamorò della cultura africana: il black deco, il jazz, i nuovi balli, la scandalosa e seducente Josephine Baker, unitamente ai pittori, contribuirono a creare un connubio tra stile di vita giocoso e modernità. Durerà molto poco, nel breve volgere di pochi anni l’orrore nazista e i radicalismi ideologici soffocheranno le speranze di più di una generazione.
Anche le influenze delle culture africane nella moda sono significative. Il primo a esserne influenzato fu Poiret con i suoi famosi caftani e la collezione Marrakech. Nel già ricordato primo dopoguerra, molti couturier citavano l’arte africana per enfatizzare le collezioni attraverso “segnature” immaginate evocare significazioni come autenticità, avanguardia, trasgressione, erotismo. Il Black Deco furoreggiava nell’arredamento di lusso è fu una delle fonti di ispirazione per Chanel. Le stampe leopardate di Elsa Schiapparelli sono un altro esempio di come la moda, ogni volta che voleva appellarsi a un in-più-emozionale, guardasse preferibilmente alla cultura africana. Dopo una lunga fase di latenza, registriamo un nuovo picco di interesse negli anni sessanta con gli hippies e la magistrale interpretazione di Yves Saint Laurent (collezione Bambara del ’67), ispirata da rafie e materiali legnosi. Impossibile non ricordare anche la mitica sahariana (’68), indossata da Veruska fotografata nella savana africana, divenuta un capo cult che rafforzò la svolta etnica nella moda occidentale. A partire dall’inizio dei ’70, l’eleganza informale permessa da “prestiti etnici” divenne pressoché permanente. Da quei giorni, sulle passerelle più importanti della moda, sfileranno sempre nuove interpretazioni di caftani, di Bournous (mantelle con cappuccio) e Sarouel (ampi calzoni etnici). I tessuti delle collezioni estive presenteranno frequentemente stampe Batik e Bogolan. Per non parlare dell’impatto portato da modelle di colore come Naomi Sims, Beverly, Donyale Luna... seguite negli anni ’80 da Iman, Veronica, Mounia, Kathoucha... E nei ’90 da Kira, Alek Wek, Noemi Cambell (statunitense, ma di evidenti origini africane). In breve, l’influenza della cultura del continente dal quale partirono i primi ominidi dai quali discendiamo, non ha fatto altro che crescere. Lacroix, Gaultier, Kenzo, Yamamoto, Missoni, Romeo Gigli, Galliano, Ferrè, Ken Etro, Vivienne Westwood... ma l’elenco potrebbe continuare, molto spesso hanno tratto dall’African Style elementi preziosi per rafforzare una ricerca creativa che le sole forme tipicamente occidentali non potevano soddisfare.
L’Africa è dunque un mito che più volte è riemerso nella storia cella moda. Probabilmente come reazione a eccessive tensioni razionali e tecnologiche. Ma anche come ricerca di radici ritenute portatrici di una immaginaria purezza che il dispositivo moda occidentale, dopo averlo perduta è condannata a ritrovare.
Il culto dell’apparenza, in qualche modo originale e passionale, è saldamente radicato nella mentalità africana. Julieta mi è parsa subito un buon esempio di sintesi estetica di questa profonda attrazione dello sguardo europeo nei confronti di configurazioni segniche provenienti dal continente nel quale è cominciata l’avventura umana.

Allegati

Tags