28 Marzo Mar 2017 1301 28 marzo 2017

Il romanzo della Fèrula

Da Prometeo a Harry Potter

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Ferula 1
Ferula 2
Ferula 3
Ferula 4
Ferula 5
Ferula 6
Ferula 7
Ferula 8
Ferula 9
Ferula 10

Ecce femĭna: addio tranquillità
Anche il dolore all’alluce del mio piede destro, che spesso mi affligge, era chiuso in quel vaso! Ovviamente mi riferisco al vaso di Pandora. Ma chi era Pandora e cosa ha a che fare con la storia che voglio raccontare e che ha per protagonista la ferula? Presto detto. Come raccontano le cronache dell’Olimpo e da me un poco adattate ai tempi nostri, Pandora fu la prima donna apparsa sulla Terra secondo la mitologia greca. Irruppe in un mondo abitato da soli uomini che, a loro volta, furono creati dal titano Prometeo e a quei tempi erano liberi e felici visto che tutte le atrocità del mondo erano state chiuse in un vaso che lo stesso Prometeo aveva affidato al fratello Epimeteo. Talmente considerati erano gli uomini, prima dell’apparizione della donna nel mondo, che persino Zeus, re dell’Olimpo e di tutto il creato, li ammetteva alla sua mensa. Ed è proprio durante una cena fatta nell’Olimpo a cui partecipavano uomini e dei che il fattaccio si compì. Successe che durante la cena Zeus diede l’incarico a Prometeo di spartire le carni di un bue in due parti uguali da destinarne una agli uomini e una allo stesso Zeus. Prometeo con l’inganno indusse Zeus a scegliere la parte peggiore delle carni destinando quella migliore alle sue creature: gli uomini. Scoperto l’inganno, il Re degli dei decise di punire, secondo il rito della vendetta trasversale, non Prometeo ma le sue creature privandole del fuoco e infliggendo loro la più grande delle catastrofi che potesse capitare: la creazione della donna! Pandora era il suo nome, nata da un soffio di Zeus su una statuetta di argilla forgiata da Efesto, suo figlio custode del fuoco e fabbro degli dei. Andò in moglie Pandora a Epimeteo che le raccomandò di non aprire mai il vaso che Prometeo gli aveva affidato. Ma Epimeteo non poteva sapere che la donna era, sin dalla prima, uno spirito libero e meraviglioso, così candida e spontanea nelle sue manifestazioni. (Anche ai giorni nostri, dopo milioni di anni da quei fatti, siamo, noi uomini, ammaliati dalle ataviche virtù della donna, che ci rendono suoi schiavi consapevoli, e ce ne rendiamo conto ogni giorno in ogni sua manifestazione. Basta, per esempio, seguirne una alla guida di un’auto, nel traffico cittadino della mattina presto, per godere della sua personale interpretazione dei concetti appresi durante la scuola guida per ottenere la patente e addirittura andiamo in estasi nell’assistere al suo personale modo di parcheggiare quando, rapiti dalle convulse evoluzioni del volante, ci rendiamo conto che la nostra esistenza di uomini (razionali) ben triste sarebbe senza il conforto della donna!).
Ma, torniamo al nostro racconto. Pandora, cedendo alla sua indole curiosa, aprì il vaso e ogni sciagura si riversò sugli uomini: la fame, la fatica, le malattie, i dolori e ogni genere di sofferenza, fino a quel momento sconosciuti, da allora affliggono il genere umano consapevole di doverle sopportare per sempre perché la Speranza, l’unica consolazione che potesse ostacolare il propagarsi dei mali, rimase nel vaso, incagliata sotto il coperchio. Prometeo sentendosi l’involontaria causa delle nuove sciagure dell’uomo, incapace di liberarlo della donna, decise di ridargli almeno il fuoco. Ma depositari del fuoco erano Zeus, al quale certamente non poteva chiederlo, e Efesto. Un tipo eccezionale Efesto, figlio di Zeus e di Era sua moglie, talmente brutto che appena nato la madre lo scaraventò giù dall’Olimpo ma fortunatamente per lui finì nel mare che ne attutì la caduta. In compenso la sua arte era mirabile, eccelleva come fabbro e scultore, ma pieno di debolezze fra le quali aspirante rubacuori e devoto del vino che lo faceva cadere in un sonno profondo, tanto da lasciare incustodito il fuoco della sua fucina, a quei tempi nel cuore dell’Etna, con il quale forgiava il metallo e del quale era geloso custode. Approfittando di tale debolezza Prometeo rubò il fuoco dopo aver ubriacato Efesto somministrandogli vino abbondante condito con semi di papavero.

Povero Prometeo!
Mai Prometeo si sarebbe aspettato la sorte che lo attendeva come conseguenza di questo nuovo sgarro fatto a Zeus che, ferito nell’orgoglio di sovrano dell’Olimpo, sentite le rimostranze di Efesto incaricò quest’ultimo, con l’aiuto di Potere e di Forza, di incatenare Prometeo ai confini del mondo sul monte Caucaso. Così la racconta Eschilo nel suo dramma Prometeo incatenato:

POTERE (dice):
Agli estremi confini eccoci giunti...
Ed ora, Efèsto,
compier tu devi gli ordini che il padre
a te commise: a queste rupi eccelse
entro catene adamantine stringere
quest’empio, in ceppi che non mai si frangano:
ch’esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco
padre d’ogni arte, t’involò, lo diede
ai mortali. Ai Celesti ora la pena
paghi di questa frodolenza, e apprenda
a rispettar la signoria di Giove,
a desister dal troppo amor degli uomini.

PROMETEO (sconsolatao):
...E pur, della mia sorte
né favellare né tacere io posso.
Ché per un dono che ai mortali io porsi,
sotto il giogo sono io di tal destino:
la furtiva predai fonte del fuoco
nascosta entro la fèrula, che agli uomini
maestra fu d’ogni arte, ed util sommo.
Di tal misfatto pago il fio, nei lacci,
a cielo aperto, turpemente avvinto.

Non contento, infierì Zeus contro Prometeo mandandogli di giorno un’aquila a rodergli il fegato che ricresceva durante la notte:
...l’aquila cruenta,
voracemente il corpo a gran brandelli
da mane a sera ti dilanierà,
senza invito rependo, del tuo fegato
a banchettar l’epula negra...

Millenni durò il castigo di Prometeo, fino a quando passò da quelle parti un disorientato Heracles alla ricerca del Giardino degli Esperidi, per compiere la sua undicesima fatica, senza avere cognizione della direzione da prendere per raggiungerlo. Prometeo, il preveggente (questo è il significato del suo nome), gli indica la strada da prendere ed Heracles, per sdebitarsi, scaglia una delle sue infallibili frecce contro l’aquila abbattendola. Quindi rompe le catene, come lo stesso Prometeo aveva previsto:
...da questa semenza nascerà
ben audace un rampollo, illustre arciero,
che me dai miei tormenti affrancherà.

Qui ha fine la storia che volevo raccontare, ma non quella di Prometeo che lasciamo al suo destino, per rispondere alla lecita domanda che chi legge potrebbe fare: cosa c’entra la ferula in tutto questo? C’entra eccome! Fu proprio nel fusto d’una ferula che Prometeo nascose e trasportò fino agli uomini il fuoco dopo averlo sottratto alla fucina d’Efesto. Il perché avesse usato proprio il fusto della ferula ce lo dicono i Botanici nel paragrafo che segue.

La ferula dei botanici
Il nome comune Ferula ricorre anche in quello scientifico latino per indicare un genere di piante della famiglia delle Ombrellifere, così dette per i loro fiori raccolti su infiorescenze che per la forma ricordano un ombrello. Molte sono le specie di ferula conosciute sin da tempi immemorabili in tutto il bacino del Mediterraneo e fino all’Asia minore e che, attraverso i secoli e fino ai giorni nostri, hanno accompagnato il cammino dell’uomo (e anche delle discendenti di Pandora) nella sua controversa storia.
Tra le specie di ferula ricordate nella letteratura classica greca e latina vi sono: F. gummosa (=F. galbaniflua), F. narthex, F. assa-foetida, F. jaeschkeana, F. orientalis e F. communis. Quest’ultima, la Ferula comune, è presente in tutto il bacino del Mediterraneo, con vasti popolamenti nei pascoli sardi, siciliani e pugliesi ma la specie si spinge anche in altre regioni italiane. Nel corso dell’autunno da una possente radice carnosa, spessa anche fino a 16-20 cm di diametro e che si approfondisce nel terreno fino a 150-170 cm, nasce un cespo di foglie simili a quelle del finocchio ma molto più grandi. Nel corso della primavera dalla base del cespo fogliare ha origine un fusto cilindrico, alto anche più di due metri, che porta alla sommità una serie di fiori molto piccoli, disposti in ciambelline giallastre, che formano ombrelle sottese da brattee e foglie cauline. Il fusto è cilindrico, liscio e glabro, tozzo e carnoso, con andamento leggermente zigzagante per via della presenza di nodi: inizialmente, quando è in fiore, la sua natura è erbacea e resistente, sodo e pesante, il suo colore verde sfumato di rosso. Da ogni fiore origina un frutto detto diachenio, formato da due dischetti ellissoidali chiamati acheni, che si separano alla maturità (schizocarpo) e che contengono strettamente racchiuso un seme ciascuno. La radice e il fusto giovane contengono un latice giallastro tossico che si rapprende facilmente all’aria. Nel corso dell’estate le foglie avvizziscono e i semi maturano. Il fusto, all’inizio dell’autunno dell’anno successivo alla nascita delle foglie, sfuma verso il colore rosa o beige più o meno scuro, diventa legnoso esternamente, molto resistente ma estremamente leggero e perciò facilmente manovrabile e trasportabile. Il midollo centrale è simile ad una spugna indurita, è facilmente infiammabile ma arde lentamente e, come la brace sotto la cenere, cova e serba il fuoco per lungo tempo. Quest’ultima caratteristica ha ispirato la fantasia dei poeti che hanno cantato le gesta del mitico Prometeo, il quale si servì proprio del fusto d’una ferula, per portare a termine la sua impresa, nascondendo al suo interno il fuoco rubato dalla fucina di Efesto.

Manum ferulae subducere-ferula magistrales. Sub ferula ecclesiae
Il nome latino della pianta (ferula=sferza) allude all’impiego dissuasivo e punitivo del suo fusto che si perde nella proverbiale notte dei tempi! Come ci ricorda Plinio (Libro XIII cap. 22) ...Non vi ha alcun legno che sia tanto lieve come quello della ferula e che per questa ragione i vecchi se ne servono per bastonare... e se lo dice lui bisogna crederci. Ma già diversi secoli prima della considerazione pliniana lo schiavo filosofo Esopo, vissuto tra il quinto e il sesto secolo a.C. e che per il modo di raccontare le sue favole è considerato il padre della lingua greca, veniva minacciato dalla moglie del suo padrone Xanto, per la sua insolenza, di venire fustigato con una ferula (da Il romanzo di Esopo-Vita Aesopi scritto forse nel I-II sec. d.C., di autore incerto). In questa veste il fusto della ferula è ben conosciuto dagli scolari dell’antichità che una volta adulti ricordavano gli anni della scuola anche per le punizioni che i maestri infliggevano loro percuotendo con esso le mani (...et nos ergo manum ferulae subduximus, per dirla con le Satire-1, 151, 15 di Giovenale); ne fanno cenno anche Quintiliano, vissuto nel primo secolo d.C., nella sua L’instituto oratorio e Sant’Agostino (354-430 d.C.) nelle Confessioni.
L’uso di percuotere con il fusto della ferula è però ancora più antico delle testimonianze di cui sopra, infatti all’inizio dei tempi il Dio Bacco, per bocca di Diodoro Siculo (lib. 3 cap. 5, e lib. 4 cap. 1), consigliava alle Baccanti e agli ubriachi che per via del vino si percuotevano le carni con il tirso, di lasciare il tirso e battersi con fusti di ferula che sono leggeri e non provocano ferite di sorta. I colpi di ferula non feriscono le carni, al massimo provocano dei lividi arrossati (per via dell’affluenza del sangue nelle zone colpite) che, come ci informa Dioscoride, valorizzavano gli schiavi più emaciati in vendita al mercato: per farli sembrare più tonici e colorati venivano percossi con i fusti della ferula.
Il sostantivo ferula era anche evocato nelle metafore per indicare punizioni anche se non corporali; in questo senso nelle antiche chiese orientali c’era un luogo prima dell’entrata assegnato ai penitenti che dovevano rimanervi sub ferula ecclesiae (sotto la disciplina-sferza ecclesiastica) per il tempo necessario per scontare la loro pena prima di entrare in chiesa con gli altri fedeli.
I fusti della ferula, per la loro leggerezza e resistenza, erano anche utilizzati come bastoni per appoggiarsi per non perdere l’equilibrio: Senex ferula titubantes ebrius artus sustinet, cioè il vecchio sostiene le membra vacillanti con il bastone, come si apprende nelle Metamorfosi (4, 26) di Ovidio. Per quest’ultimo utilizzo del fusto si pensa anche che il nome ferula venga da ferendo, gerundio di ferre (=portare).
Le caratteristiche di resistenza e leggerezza facevano del fusto di ferula ausili adatti anche per le ingessature estemporanee, come quella che si legge in uno dei libri che hanno fatto la fortuna della scrittrice J.K. Rowling e che narrano le imprese del maghetto Harry Potter il cui amico Ron nel corso di un’avventura (Harry Potter and the Prisoner of Azkaban, Chapter 19. The Servant of Lord Voldemort) si rompe una gamba e... “...He hurried over to Ron, bent down, tapped Ron’s leg with his wand and muttered Ferula. Bandages spun up Ron’s leg, strapping it tightly to a splint.”, cioè, detto per chi come me non è molto addentro alla lingua inglese, “...Si avvicinò a Ron, si chinò, battè la gamba rotta con la bacchetta (magica) e mormorò Ferula. Delle bende si avvolsero attorno alla gamba di Ron legandola stretta a una stecca”...

Ferula, la sacra e ferula la profana
Virtuosa era la ferula agli occhi del dio Bacco al quale era consacrata come ci testimoniano Plinio (lib. XXIV, cap. 1) ed altri antichi. L’amore di Bacco per la ferula si intuisce se si associa al trasporto del vino che per sua natura dà calore, proprio come il fuoco di Prometeo. Così Euripide cita spesso la ferula nella sua opera Le baccanti: dove il dio Bacco attraverso la ferula mostra la sua forza vitale sottoforma di fiamma (...Alta squassando Bacco la rutila vampa che sprizza dalla sua ferula...) o la predilezione per il vino, che scaturisce se le baccanti percuotono la terra con la ferula, rispetto alla pura e semplice acqua che invece sgorga usando il tirso (...e in pugno stretta alcuna il tirso, percotea la rupe, e polle di fredda acqua ne sgorgava: con la ferula un’altra il suol batteva, e spiccar vino ne faceva il Dio). Bacco quindi predilige la ferula al tirso, cioè al bastone rituale che accompagna la sua immagine e quella dei suoi seguaci nelle rappresentazioni pittoriche e letterarie. Dal tirso alla ferula, da Bacco il profano al sacro bastone pastorale usato sin dal secolo XI da prelati della Chiesa e dai pontefici per la loro incoronazione quale segno del potere, anche di chi ostenta lo scettro regale.

Ferula la laboriosa: dalla ferula al ferlizzo
La ferula, testimone consapevole ed apprezzata in ogni epoca, non solo per le sue proprietà “caloriche” delle quali sopra si è accennato ma per l’impiego che l’uomo ne ha fatto sfruttando altre sue virtù, fra le quali la leggerezza e la sua duttilità che la rendono facilmente plasmabile e lavorabile. In passato lavorando il fusto della ferula si ricavavano diversi oggetti, genericamente chiamati ferlizzi: dai semplici giocattoli per i bambini alle elaborate sedie e panche. Si costruivano anche gli sgabelli, leggeri e resistenti, che sostituivano le sedie nei tempi in cui i poveri non potevano permettersi di acquistare. Tra i ferlizzi si possono citare anche le arnie leggere e facili da trasportare, in uso tra gli apicoltori di qualche decennio fa, costruite con tronchetti di ferula che, oltre ad essere molto leggeri hanno anche proprietà isolante dal freddo. Nell’immaginario collettivo però, fino a pochi anni fa, i ferlizzi erano associati alla gente povera e alla povertà in generale come sottolinea, per esempio, il proverbio in dialetto foggiano Pat’m n’nha lasset segg, i n’lass manch f(e)rlizz! che tradotto suona “Mio padre non ha lasciato sedie...(perchè era povero)...io non lascio nemmeno ferlizzi... (perchè sono ancora più povero di mio padre).
Un altro uso dei fusti di ferula risale ad epoche antichissime: incavati, togliendo facilmente il midollo centrale, servivano per custodire le pergamene o altri documenti (Alessandro il Grande vi custodiva le poesie di Omero); è forse questo il motivo per cui erano dette ferule anche le scatole che nel Medioevo si usavano come scrigni o per conservare documenti o i contenitori di spezie e di unguenti.

Ferula: chi la vuole cotta e chi non la vuole cruda!
La ferula, dice Plinio (lib. XXIV, cap. 1) è un nutrimento delizioso per gli asini ma velenoso per animali cornuti; l’asino, si sa, è consacrato a Bacco e lo è altresì la ferula che lo nutre. Questa affermazione trova riscontro anche in una nota di Castore Durante (Erbario nuovo, 1585): “Le ferole alli asini sono graditissimo cibo, ma tutti gli altri giumenti mortifero veleno...”. Come a Plinio e al Durante anche ai contadini foggiani, ancora ai nostri giorni è nota questa caratteristica: essi dicono che la ferula è un vero e proprio ricostituente per gli asini (croschk d’ ciucc) ma non si fidano di somministrarla ai cavalli, alle mucche e alle capre perché pare (il dubitativo è appropriato in quanto non tutti sono d’accordo) provochi una malattia detta ferulosi o mal della ferula, il cui decorso sfocia in uno stato di prostrazione e di torpore che può provocare anche la morte dell’animale, scatenata da una sostanza appartenente al gruppo delle cumarine presente nel latice. Altri sintomi caratteristici della ferulosi consistono in emorragie nasali oltre a feci e urine sanguinolente. In alcuni casi si sono osservati anche comportamenti bizzarri dei capi attaccati dalla malattia, forse associati a fenomeni di locoismo, cioè a veri e propri fenomeni di tossicodipendenza. D’altro canto pare che i pastori sardi trovino saporite le estremità del fusto ancora in erba, affettato e arrostito alla brace. Tossica o non tossica, per certo non si sa. L’incertezza riguarda anche altre utilizzazioni che della ferula si facevano in passato e anche di alcuni estratti delle piante, principalmente alludendo al galbano e all’assafetida.
Il galbano è una resina ricca di olio essenziale estratto per incisione della base del fusto e della parte superiore della radice di una specie di ferula mediorientale (Ferula galbaniflua o gummosa). Il galbano è impiegato in profumeria o per lenire gli affaticamenti muscolari, come deterrente per gli insetti e per molti altri usi. Il suo utilizzo è molto antico (rientrava forse anche tra le sostanze usate dagli antichi Egizi nel processo di mummificazione). Molto antico, ma caduto in disuso da ormai molti secoli, è l’utilizzo in cucina e in medicina dell’assafetida, una droga resinosa estratta dalla Ferula assa-foetida, dal sapore di aglio ma dall’odore e sapore nauseabondi, tanto che gli antichi la chiamavano stercus diaboli ma che nella cucina indiana era talmente apprezzata, come condimento, da essere chiamata con una espressione che significa cibo degli dei.

La ferula benefattrice
Spesso mi torna in mente una strada bianca sterrata che ancora oggi (ma asfaltata) si snoda, tra colli e curve, per poco più di dieci chilometri che percorrevo sul portapacchi d’una vecchia bicicletta guidata da mio padre, poco prima dell’alba, al buio, all’inizio di novembre d’uno dei primi anni cinquanta del secolo scorso. In poco meno di un’ora si copriva il tratto da Apricena al Feudo antico, dove si era diretti, lambendo per un attimo il santuario di San Nazario. Assonnato e infreddolito, mi coprivo il capo con uno di quei cappelli di plastica con visiera prominente in avanti e con sottili paraorecchi di velluto a coste sotto i quali il tagliente vento di Bora vi penetrava facilmente insinuandosi e refluendo nei capelli (che allora avevo ancora!). All’arrivo albeggiava e, scavalcando un rudimentale cancello fatto di stecchi e filo spinato dai pastori di vacche del vicino serraglio, si affrontava l’erta d’una leggera salita che dava sul colle Feudo, così chiamato perché antico possedimento di antichi signori, che ancora oggi, nelle giornate terse, si staglia contro il cielo arrossato per il sorgere del sole, a un passo da un breve filare di eucalipti che per un tratto fanno cornice al lago di Lesina.
La spedizione, che per mio padre era prassi ripetere quasi quotidianamente dall’autunno alla primavera, era volta alla ricerca dei funghi selvatici del genere Pleurotus che crescono sulle radici della ferula. Si tratta di Pleurotus eryngii var. ferulae, detti comunemente funghi di ferula o di carne. Ancora ai giorni nostri, in un antico e scarno oliveto, tra alberelli di perazzi selvatici e arbusti di spino-gatto (Paliurus spina-christi), tra spinosi asparagi selvatici, lustre scille marittime e funerei asfodèli, le piante di ferula, come grossi e amari finocchi con antichi fusti, delimitano aree di solito grossolanamente circolari colonizzate da basse graminacee tra le quali spuntano borragini, cespi di Cardo mariano e di ciclamini, e, in primavera, ciuffi di anemoni, orchidee e iris d’ogni tipo e colore. E in questi spazi, palesi o celati sotto le foglie o tra i fusti dei cespugli, da soli o in cioffe (gruppi saldati tra loro), appaiono sparuti i funghi di ferula che mio padre raccoglieva per sbarcare il lunario e che spesso io rivendevo, durante il pomeriggio, nel mentre facevo i compiti da portare a scuola il giorno dopo, in una cesta appoggiata su una sedia di ferula, all’angolo fra Corso Garibaldi e Vico De Nittis, in quel di Apricena.

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